Il battello bianco si staglia all’orizzonte, sul grande lago Ysykköl, nella periferia estrema dell’Unione Sovietica. Lo osserva un bambino senza nome, con il suo binocolo, dalla sommità di una collina. Lì immagina di potersi recare, un giorno, per ricongiungersi ad un padre marinaio che, come la madre, l’ha abbandonato per cominciare altrove una nuova vita. Il bambino vive in uno sparuto insediamento di tre case, ai margini di una riserva forestale. Circondato da adulti miserabili, rancorosi e violenti, il bambino trova nel nonno Momun, un vecchio remissivo e mite, il sottile filo che lo tiene ancorato ad una relazione affettiva autentica, e dà senso al lavorìo una fervida immaginazione, che frequentemente si mescola alla realtà fino a prenderne il posto, in un moto di ribellione infantile fragile e disperato. Quando anche Momun verrà stritolato e umiliato dal senso di colpa e dalla sopraffazione, anche il filo che tiene legato il bambino al mondo tragicamente si spezza.

Così leggevano, negli anni Settanta, in qualche scuola italiana. In seconda media.

I ricordi di chi ha letto questo romanzo mi hanno sollecitato a recuperarne una copia, per confrontare le letture attuali con quelle di qualche tempo fa. Nel corso degli anni Settanta Bruno Mondadori ne ha pubblicato un’edizione scolastica, e, consultando questo sito, mi pare di capire che sia stata proposta come lettura ad alcuni alunni anche in anni recenti.
Inizialmente pensavo che il Battello Bianco mi potesse interessare per mettere a fuoco differenti proposte di lettura nel corso del tempo. Invece mi sono trovato di fronte ad un’opera sconcertante, e non solo nell’ottica di una sua fruizione da parte di ragazzi delle medie.

Il primo aspetto riguarda non soltanto l’alterità rispetto a qualsiasi celebrazione dell’Unione Sovietica (che in qualche passaggio, nemmeno troppo velatamente, viene persino criticata), ma la centralità di elementi fiabeschi legati alla cultura kirghisa. Uno dei racconti di nonno Momun è la meravigliosa fiaba in cui si narra la vicenda di due bambini kirghisi, un maschio ed una femmina, che scampano ad una strage di una tribù nemica grazie all’intervento di una cerva, ribattezzata poi con l’appellativo di “Madre”: come Deucalione e Pirra, i due bambini ridaranno una discendenza ai kirghisi, nella quale il giovane protagonista si riconosce. La tracotanza degli uomini poi farà che sì che, per la prima volta, un cervo venga ucciso per celebrare la grandezza di un capotribù, ribaltando quindi l’ordine sacrale delle cose e della loro origine.

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La natura dialoga, protegge, custodisce. I fiori hanno un nome, così come le pietre. Per raggiungere il proprio padre, il ragazzo immagina di potersi trasformare in uno strano essere con il corpo da pesce e la testua di uomo, per poter nuotare fino al lago e da lì ricongiungersi con il battello bianco. E poi ci sono le arundinarie, “alte, senza fiori, ma che sanno di buono; crescono a mazzi, tutte insieme, e non permettono alle altre erbe di avvicinarsi. Sono delle vere amiche, le arundinarie. Specialmente se hai un dolore, e vuoi piangere senza che nessuno ti veda, la cosa migliore è nascondersi ta le arundinarie“.
La crudeltà dell’uomo invece si incarna nella figura della guardia forestale, uno zio del bambino, che esercita la propria tirannide contro il suocero Momun e soprattutto contro la moglie, a cui viene continuamente rinfacciata la mancata paternità. La ristretta gerarchia del piccolo insediamento ai margini del mondo è regolata da meccanismi di dipendenza e risentimento, a cui oppone, come una forma di fragile resistenza, soltanto l’alterità del bambino e del nonno.

Non credo che Il battello bianco sia un romanzo adatto ad un preadolescente di oggi, tuttavia è stata una scoperta letteraria veramente notevole.

il battello bianco
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