Qualche tempo fa un amico mi ha invitato ad esprimere la mia posizione sull’opportunità di pubblicare alcuni romanzi classici in un riadattamento che li renda maggiormente accessibili ai giovani lettori. Lo spunto era offerto da un paio di interessanti articoli, uno dei quali può essere letto a questo link, nel quale la collega e scrittrice che firma il pezzo offre diversi spunti di riflessione, alcuni dei quali degni di nota.
Tra questi, uno che mi ha colpito è quello che riguarda la comprensibilità dei romanzi a cui si attacca la spinosa etichetta di “classici”: in questo caso, l’opportunità del riadattamento potrebbe quindi rispondere all’esigenza che la pagina letteraria non risulti incomprensibile a chi la legge. La semplificazione avrebbe quindi finalità divulgative, nel momento in cui permette di conoscere, seppur per sommi capi, opere a cui, in altro modo, schiere di lettori non potrebbero avere accesso. Per fare questo, lo scrittore di riadattamenti utilizza una lingua che “rispecchia quela dell’autore ma la rende più comprensibile”.
Posta in questo modo, la questione del riadattamento sembra molto simile a quella della traduzione: quanto una traduzione è fedele all’originale? Quanto si perde dell’originale e quanto si rivela nella traduzione? Da un certo punto di vista, si somma problema a problema: il riadattamento può diventare, in alcuni casi, una traduzione di una traduzione, in cui rintracciare la solidarietà del risultato al suo originale può diventare una faccenda piuttosto complessa e problematica.

Mi chiedo se l’intento meritorio di unire divulgazione storico-letteraria da un lato e motivazione intrinseca alla lettura dall’altro non possano essere raggiunti in altro modo, attraverso altre mediazioni.
Una è quella di parlare con gli allievi dei “nostri” romanzi, di quelli che amiamo, anche se sappiamo che, almeno in questo momento, non potremo mai leggerli assieme: la passione per la lettura si trasmette innanzitutto parlando dei libri che amiamo, facendoli parlare attraverso di noi, lasciando che siano loro a parlare attraverso di noi.
Secondo: non abbiamo paura di appiccicare un’etichetta, reale o immaginaria, al dorsetto di un romanzo da regalare ai nostri allievi. Qualche giorno fa è accaduto con mia figlia, che ha tirato giù dalla libreria “Il tamburo di latta” di Grass con aria molto incuriosita. La mia risposta (“Almeno tra una decina d’anni”) è stata accolta con divertimento e curiosità. Il gioco non è nuovo. L’avevo già sperimentato con alcuni allievi in classe qualche anno fa: non poniamoci difficoltà a tracciare soglie e frontiere (che poi mettiamo lì soltanto perché vengano superate), a creare aspettative tali per cui, a distanza di anni, qualcuno ancora invia email per chiedere consigli di lettura. Si può sicuramente riadattare Grass, ma, probabilmente, come si potrà restituire l’intensità sinestetica (e in particolar modo olfattiva e uditiva) che pervade l’intero romanzo?
Infine, siamo proprio certi che non siano plaghe di incomprensibilità che rendono grandi alcuni romanzi e che, per questo, esistano in quanto classici? La grande letteratura eccede la mera comprensibilità in quanto crea immagini nuove che si propagano e radicano nella vita, diventando una sorta di ramificazioni organiche che, in qualche modo, diventano carne e sangue. Dentro ogni brano di classico non facilmente accessibile, c’è la promessa di un’immagine: la promessa di uno smarrimento, ma anche di un ritorno o di una rilettura, di un inciampo o di un rifiuto.